martedì 9 ottobre 2012

Tutti i santi giorni....la storia raccontata dal regista...

“In un minuscolo appartamento con giardinetto nella periferia romana, vivono Guido e Antonia, una giovane coppia dai caratteri opposti. Tanto lui è mite, paziente e coltissimo, quanto lei è irrequieta, permalosa e spavaldamente ignorante.







Anche le loro giornate sono al contrario: Guido lavora come portiere di notte in un hotel, senza recriminazioni nonostante un importante curriculum di studi classici, anzi con il piacere di dedicarsi, nelle lunghe ore inoperose dietro il bancone di una reception, alla lettura dei suoi amati testi inattuali. Lei è impiegata di giorno in autonoleggio e scrive struggenti canzoni in inglese che a volte la sera canta in qualche locale, nel disinteresse generale degli avventori. Guido è il suo unico devotissimo fan, per starle vicino ha rinunciato, senza rimpianti, ad una carriera accademica internazionale. Lei, che è riottosa e musona, sembra non volergli regalare neanche un briciolo di soddisfazione, ma non può fare a meno di lui.

Insomma, due esseri che presi ciascuno per conto suo potrebbero anche sembrare due fragili disadattati, ma che insieme danno vita ad un incastro potente e inconsueto, nel gelo e nella ferocia del mondo intorno.

Manca solo un figlio, che entrambi vorrebbero ma che chissà perché non vuole arrivare.

Il film racconta la cronaca della speranza di Guido e di Antonia di diventare genitori.

E di come questo loro amore ad un certo punto sia anche messo a dura prova dagli ostacoli incontrati nel tentativo di coronare questo loro sogno ostinato.

Si tratta ancora una volta, credo, di una commedia, romantica, in equilibrio tra ironia e tenerezza, con un cast dal sapore veristico, ambientata nel fascino inquietante della Roma di oggi, e con una vicenda ispirata a qualcosa di autentico e penoso, ma che abbiamo cercato di raccontare con la grazia e la semplicità di una moderna fiaba.”

Paolo Virzì

 Antonia e Guido i protagonisti principali

 Intervista a Paolo Virzì (regista e sceneggiatore)
Com'è nata l'idea di TUTTI I SANTI GIORNI

Mi interessa mettere il naso nelle vite degli altri, per non stare sempre a studiarsi l’ombelico, ma soprattutto perché rappresentano il giacimento più ricco di storie per il cinema. In questo caso lo spunto sono state alcune pagine del bel libro

La generazione che ha scritto il mio amico Simone Lenzi lasciandosi ispirare, credo, da qualcosa di autentico, capitato a lui e alla sua sposa. Una sorta di intenso monologo interiore di un aspirante padre, nel quale mi è sembrato subito di sentire vita vera e poesia, ironia ed uno struggimento delicato e senza piagnistei. Ho quindi chiamato Simone, innanzitutto per incoraggiarlo a pubblicare quel suo testo – cosa che poi ha fatto suscitando, mi pare, un generale apprezzamento – ma soprattutto a scrivere con Francesco Bruni e con me un copione per un film ispirato più che a quella storia, direi a quel sentimento. Perché la vicenda, cambiando l’ambientazione e la biografia dei personaggi, è diventata subito qualcosa di diverso. Mi sembrava di poter immaginare, dietro quei tentativi infruttuosi di procreare ricorrendo all’aiuto della medicina moderna, due persone alle prese con un’autentica e toccante storia d’amore. Siamo approdati dunque nel concepire il film a questa specie di moderna commedia romantica, forse potremmo definirla così, dove si racconta la storia d’amore tra Guido ed Antonia. Due esseri che presi ciascuno per conto suo, potrebbero anche sembrare due fragili disadattati, ma che insieme danno vita ad un incastro potente, che le complicazioni di una quotidianità vissuta con orari al contrario non scalfisce, ma che infine vacilla di fronte al dolore di non riuscire a procreare. 





Chi sono Guido e Antonia? Ci può dire qualcosa di più dei loro personaggi?

Lui proviene da una famiglia toscana di intellettuali e studiosi. Apprendiamo dal fratello Duccio che Guido sarebbe un fenomenale conoscitore di cultura tardo latina, il più grande esperto mondiale di santi e martiri protocristiani. Ma lavora senza recriminazioni come portiere di notte in un hotel dalle parti del Vaticano, persino con il piacere di gustarsi il silenzio e la calma di quelle notti, durante le quali ne approfitta per immergersi nelle sue letture classiche.
Antonia è una giovane donna dal passato scombinato di musicista punk, fuggita precocemente e rabbiosamente dal suo paesino siciliano e dalla sua famiglia d’origine, che ogni mattina si precipita in motorino verso il futuristico terminal ferroviario di Roma Tiburtina, dove è impiegata dietro al desk di un autonoleggio. E che a volte la sera canta le sue canzoni nei bar, nel totale disinteresse degli avventori. Il suo unico devoto fan è Guido, che si è innamorato di quella ragazzaccia una sera di sei anni prima proprio sentendola cantare e da allora è uscito dal bozzolo della sua solitudine di studioso di cose anacronistiche, per diventarne una specie di appassionato e paziente angelo custode.
E il tono del film, anche questa volta, è quello di una commedia?
Certo, credo si tratti di una commedia. Ho cercato di far marciare la storia di queste due persone in equilibrio tra tenerezza e ironia. Ma mentre giravamo il film, pensavamo soprattutto a conferirgli la semplicità e la grazia di una fiaba. Una fiaba ambientata nelle paure e nelle inquietudini di questa nostra contemporaneità, con un cast dall’impronta fortemente veristica ed una storia ispirata da qualcosa di autentico ma che potesse essere raccontata anche con un certo tocco incantato:

"c’era una volta una giovane coppia che abitava in una casetta al pianterreno di un quartiere di periferia chiamato Acilia. Nonostante orari diversi e caratteri opposti e nonostante l’affanno e la ferocia del mondo intorno quei due si amavano di un amore purissimo, facevano l’amore con passione tutti i giorni e sognavano di avere un figlio. Ma lei non rimaneva incinta e col passare del tempo quel desiderio diventava un pensiero fisso, specie per Antonia, che temeva di avere in sé qualcosa di sbagliato…"
E così via. 


Come ha lavorato alla ricerca e alla scelta dei due interpreti principali Luca Marinelli e Thony?

Avevamo in mente per questo film soprattutto volti nuovi e vergini, volevamo cercare di mettere in scena una sensazione di autenticità, quasi per dare ad intendere che stavamo filmando una storia realmente accaduta a quelle persone. Il primo tassello del puzzle è stata proprio lei: Antonia. Cercavamo soprattutto una cantante, che possibilmente non fosse ancora nota. Avevamo in mente che fosse una provinciale del Sud, una che a Roma non ha radici. Navigando sul web ci siamo imbattuti nella pagina MySpace di questa misteriosa songwriter siculo-polacca col nome d’arte di un elettrodomestico, Thony, e ci hanno colpito subito le sue canzoni e l’intensità con cui le cantava. Abbiamo un po’ indagato, cercando di capire chi fosse e dove diavolo fosse. Abbiamo scoperto che abitava a Roma nella borgata Ottavia, in una specie di dimora
bohemien, col fidanzato romano, musicista anche lui. E finalmente abbiamo incontrato Federica, alla quale sembrava non importasse un bel nulla di essere chiamata a far l’attrice in un film. E forse a noi è piaciuta subito proprio per questo. Fin dai primi provini si è rivelata sveglia, acuta, espressiva, vera e soprattutto dotata di una specie di sfrontata nonchalance: ci guardava come dei matti che le stavano facendo perdere tempo e così forse ha continuato a guardarci per tutto il tempo delle riprese. Per Guido abbiamo provinato molti non-attori, andando a rompere le scatole a certi miei amici giovani registi, sceneggiatori o musicisti. Poi ci siamo imbattuti in Luca Marinelli, pupillo a teatro del grande Carlo Cecchi, con due belle esperienze cinematografiche già al suo attivo. Incontrandolo, quella sua aria schiva da martire protocristiano, quella sua mitezza impreziosita da ironia e mistero ci hanno subito conquistato. E al provino ha rivelato grande classe e sottigliezza. Sono certo che Luca sia destinato a diventare uno dei talenti principali del prossimo cinema italiano. E siccome in quei due film ai quali ha finora preso parte è riuscito ingegnosamente a camuffarsi, a nascondersi (ne LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI) nei doppi panni di un giovinetto esangue e, contemporaneamente, di un adulto sovrappeso borderline, ne L’ULTIMO TERRESTRE addirittura in quelli iperfemminili di un trans), il suo volto e la sua figura nel cinema hanno in fondo ancora quella verginità che cercavamo. Quel dono che un attore può portare in dote ad un film soltanto una volta, la sua prima volta. 


Cosa può dire invece per quanto riguarda gli interpreti degli altri ruoli e dei loro personaggi?
 
Abbiamo cercato dove possibile di seguire il medesimo principio: conferire, specie nel contesto intorno a Guido e ad Antonia, una sensazione di verità non fittizia. Così abbiamo mescolato attori e attrici ancora sconosciuti a persone che nella vita hanno altre professioni e che sono finite per la prima volta sullo schermo. Dall’ostetrica Mimma Pirrè, che appunto nel curriculum non aveva cinema né teatro ma più di diecimila bambini che ha aiutato a nascere – tra i quali mio figlio Jacopo – che si è trovata ad interpretare la madre siciliana di Antonia dopo un folgorante provino, a Micol Azzurro (per il ruolo della vicina di casa Patrizia), giovane attrice che non avevo mai visto, molto dotata, spiritosa e scaltra, che avendo inteso che privilegiavamo i non attori credo al provino ci abbia un po’ imbrogliato, facendoci intendere di essere un’estetista di Ostia. Dal muscoloso e simpaticissimo Claudio Pallitto, visto per caso in un reality trash in tivù, che ha interpretato quel disastro umano che è il vicino di casa Marcello, ai genitori di Guido: Benedetta Barzini, mitica top model negli anni Sessanta, per la prima volta sullo schermo come attrice, e Fabio Gismondi, venditore di mobili orientali antichi, anche lui per la prima volta chiamato a far l’attore. E poi i due ginecologi: il meraviglioso Franco Gargia, attore napoletano di teatro che non avevo mai visto in nessun film e la veneta Stefania Felicioli, briosa attrice teatrale, anche lei per la prima volta al cinema. Infine per Jimmy, il batterista ex-fiamma di Antonia, ho chiesto a Giovanni La Pàrola, regista di film, videoclip e documentari, di farsi coraggio e di provare a proporsi come attore comico, cosa che poi ha fatto secondo me con risultati notevoli. Giovanni ci ha fatto anche la cortesia di portare sul set la sua intelligentissima canina che è stata una degli interpreti che mi ha dato più soddisfazione. C’è qualche eccezione nei piccoli e piccolissimi ruoli: attori con i quali avevo già avuto occasione di lavorare come Regina Orioli – debuttò in Ovosodo – qui chiamata a fare una specie di breve scherzoso spin-off di quel suo personaggio di ormai quindici anni fa finito in un ashram ayurvedico. E Frank Crudele, interprete del ruolo del padre di Antonia, che conobbi a Toronto sul set di MY NAME IS TANINO, oltre ad una brevissima apparizione di Lele Vannoli nei panni di un valletto dell’Hotel: più che un attore, un amuleto…
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